Lettori fissi

martedì 31 ottobre 2017

"Silix" di Emanuela Riva



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Trama Silix:
Romanzo Autoconclusivo

Siamo in un mondo nel quale l'infelicità si propaga di cuore in cuore come un parassita. La specie umana sopravvive solo per merito dei Silix, creature della pioggia che vivono in un mondo parallelo al nostro, con il compito di incorporare l'infelicità degli uomini.
Il Re dei Silix, per salvare la donna che ama, ordina a Mily, la più giovane tra i Silix e legittima erede al trono come sua regina, di andare sulla Terra per incorporare la tristezza di Eric, che si trascina dietro un passato fatto di abusi e violenze.
Estratti:
Eric: Non ero una persona da amare, perché io stesso non ero più in grado di dare amore al prossimo, soprattutto di darlo a me stesso. Mi odiavo nel profondo. Se non fossi mai esistito, molto probabilmente mia madre sarebbe stata ancora viva. Io l'avevo uccisa. Io portavo solo dolore.
Guardai Jem che aveva il viso rigato dalle lacrime, sentendomi subito uno stronzo. Che cosa mi era preso? Quando si voltò correndo in direzione delle sirene di Scotland Yard, mi pietrificai. Avrei voluto seguirla, rapirla tra le mie braccia per chiederle di perdonarmi e di restare con me. Ancora una volta avevo rovinato tutto.


Mily/Jem: Una lacrima solitaria scese silenziosa a rigarmi la guancia. Speravo con tutta me stessa di poterlo rivedere, immergermi nel color cioccolato dei suoi occhi, di sentire il suo respiro caldo su tutto il mio corpo. Volevo riprovare quel sentimento che tutti gli umani chiamavano Amore. Da poche ore il destino ci aveva separato e già mi mancava terribilmente. Non mi aveva rincorsa, però. Poteva significare che di me non gli importava niente. Forse era meglio così. Anzi, non avrei mai dovuto provare certi sentimenti per un umano. Dovevo dimenticarlo. Non potevamo stare insieme e vivere come una semplice coppia. Lui sarebbe impazzito per colpa mia, di quello che sono.

domenica 24 settembre 2017

"Come un'aquila e un delfino" di Claudia Esposito



"Il loro fu uno di quegli incontri guidati dal destino, in cui le anime si erano riconosciute, anche se non potevano saperlo."

Arianna e Colin hanno due passioni in comune: l’alchimia fisica e mentale che provano l’uno per l’altra e il sogno di diventare medici, solo che uno è guidato dall’ambizione, l’altra dal solo amore per quel lavoro.
L’attrazione si combina ben presto con un amore smisurato che li spingerà sempre l’uno verso l’altra. Il diverso modo di concepire il loro lavoro, invece, li porterà a separarsi e a rincontrarsi più volte nel corso della loro vita, in un processo che sembra non avere fine.

Sullo sfondo di tre diversi continenti è narrata una storia d’amore che vuole resistere al tempo e alle distanze.

Stralcio:
[…]
Era esattamente uguale a quattro anni prima. Colin, in parte, la trovò cambiata, invece: i capelli erano più corti e non erano più completamente biondi, avevano qualche riflesso più scuro all’interno, ed era più magra. Ma gli occhi, quegli occhi quasi neri di cui si era innamorato, erano sempre gli stessi. Profondi, pieni di parole non dette. Dopo il pranzo Arianna decise di ritornare in albergo – si congedò per un mal di testa, – e vi rimase per il resto della giornata. Soltanto in tarda serata uscì sulla terrazza deserta dell’albergo, si affacciò alla balconata e si mise a guardare il lago sottostante. Trascorsero pochi minuti prima che Colin la raggiungesse. Quella volta il destino non c'entrava niente: Colin era rimasto tutto il pomeriggio nella hall, nell'attesa che la vedesse comparire.
«Anche tu non riesci a dormire?» la voce di Colin le giunse all’orecchio. Non se ne stupì, aveva la sensazione che di lì a poco l’avrebbe sentito arrivare alle sue spalle, o forse, era soltanto ciò che stava sperando in quel momento.
«In effetti no, non ci riesco.»
Si era appoggiato anche lui al parapetto, accanto a lei.
«Come stai, Arianna?»
«Bene, e tu?»
«Bene.»
«Non pensavo di vederti qui, sinceramente. Insomma, da Boston a Ginevra,» dichiarò lei continuando a guardare il lago.
«Beh, era un convegno importante. A proposito cosa hanno detto?» domandò.
«Cosa hanno detto chi?»
«Al convegno,» rise Colin.
Rise anche Arianna.
«Che fine hanno fatto i tuoi riccioli biondi?»
«Oh, è un po’ che li ho scuriti.»
Rimasero in silenzio per un po’, soltanto il verso di un grillo in lontananza disturbava la quiete. E poi c’era quello del battito incontrollabile dei loro cuori. Ma quello non potevano sentirlo.
«Allora come va la vita? Non porti la fede, quindi non ti sei sposata,» notò.
«Ho un compagno, Phil. E tu?»
«No.»
«No, cosa? Non sei sposato?»
«Non sono impegnato.»
Di nuovo silenzio tra loro. Continuarono a fissare i riflessi argentei della luna nel lago e per un po’ nessuno dei due parlò. Ma, in alcuni casi, i silenzi fanno talmente di quel rumore da diventare assordanti.
Fu ancora una volta Colin, a parlare per primo: «Sei sempre bellissima, Arianna.»
Lei si volse e lo guardò. Lui guardò lei. Certe volte anche gli occhi dovrebbero stare zitti e, invece, parlano.
«Accidenti Colin!» sbottò Arianna all’improvviso.
«Cosa?»
«Cosa! Cosa? Arrivi qui, da Boston e irrompi nella mia vita, di nuovo!»
Lui le sfiorò la guancia con un dito. «Tempo fa ti dissi che ti avrei amato per tutta la vita. È proprio vero.»
Poi si avvicinò al suo volto, sempre di più, fino a quasi sfiorarle le labbra. Arianna lo fissò con quei suoi occhi scuri, pieni di ricordi, di lacrime, di amore, di odio.
«Io, invece, avrei voluto non amarti mai,» gli disse e andò via.
Lui amava lei, lei amava lui. Ma a volte l’amore non basta.

 Biografia:
Claudia Esposito nasce a Milano nel 1988, ma si trasferisce a Napoli pochi anni dopo. Conseguita la laurea in Lettere, intraprende la carriera da insegnante. 

giovedì 10 agosto 2017

"Fixed" di Eleonora Ragozzino


Elisabeth non ha idea di cosa l'abbia portata alla morte.
Non ha nessun ricordo, e per quanto si sforzi non riesce a dare una risposta a nessuna delle domande che le affollano la mente.
Sa che indossa un assurdo abito da sposa, ma non ha la più pallida idea come sia legato a ciò che sta vivendo.
Elisabeth non ha mai creduto alla vita dopo la morte, ma giunta al cimitero è costretta a ricredersi perché dietro all'apparente tranquillità scopre un mondo che prende vita, popolato da persone che vita non hanno.
E ciò la porta a scontrarsi contro quelle che erano sempre state le sue sicurezze, rendendole difficile accettare la situazione.
Le sue giornate sono vuote, ma piene di domande senza risposta e nessuna voglia di reagire.
Finché non incontra Sam, l'unico capace di vederla.
Sam è pieno di vita, e sembra essere l'esatto opposto di ciò che è Elisabeth.
Eppure nonostante l'assurdità della situazione, Sam non vuole fare altro che aiutarla.
Vuole starle accanto, anche se lei non fa altro che allontanarlo.
Lo respinge, tentando di proteggere quel poco che le sembra rimasto della sua esistenza, ma lui non vuole altro che vada avanti e accetti ciò che le è successo.
Ma perché mai dovrebbe voler una cosa del genere?
Cosa può darle lei, quando non possono nemmeno sfiorarsi?
Appartengono a  due mondi diversi. Lui è vivo e pieno di opportunità che lei ormai non ha più.
Tutto questo le fa paura, non vuole provare nulla per lui . . .

Non fa altro che chiedersi perché lui tenga tanto a lei, da quando si rende conto di provare sentimenti che credeva di non poter più provare.

Formato libro : 14x21
Pagine : 196
ISBN : 9788824907491
Anno di pubblicazione : 2017
Editore: Booksprint


Biografia:
Eleonora Ragozzino  ha vent’anni, frequenta la facoltà di fisica presso l’università della Calabria, vorrebbe specializzarsi in fisica medica ed è una volontaria in un centro di accoglienza della sua città.
Ama leggere, ma soprattutto immaginare e scrivere storie per dare libero sfogo alla sua fantasia. Ciò che è più importante per lei nelle sue storie, non è tanto cosa i suoi personaggi stiano facendo ma ciò che sono capaci di trasmettere, che abbiano reazioni e sentimenti veri, in modo da sembrare reali.

Stralcio:
Ci sedemmo in quello che era diventato il nostro posto. La
panchina sotto l’albero.
Lui si sedette per primo e inizio a massaggiarsi le tempie con
un'espressione corrucciata nel volto.
Mi misi a sedere anche io, ma all’estremità della panchina,
come i bambini che quando combinano qualche disastro cercano
di non far più rumore per non destare sospetti.
Anche se, il disastro era già stato scoperto.
– Dovevi dirmelo – disse girandosi verso di me per guardarmi
negli occhi.
Io invece, non avevo la forza per guardarlo, continuavo a
guardare a terra e dissi:
– Ho pensato saresti stato molto meglio senza di me –
– Non pensarlo nemmeno – disse con tono duro.
Dovevo aspettarmelo che fosse arrabbiato
– Ma l’ho fatto, non voglio essere causa di nessun problema –
dissi cercando quasi di giustificarmi.
Non volevo che fosse arrabbiato con me, ma lo capivo e avrei
voluto fare qualcosa così che lui smettesse di esserlo, ma qualsiasi cosa avessi fatto fino a quel momento aveva causato solo danni, perciò decisi di non fare nulla per paura di sbagliare ancora.
– Tu non hai creato nessun problema. –
La sua voce si stava addolcendo, quasi come se fosse il suo tono di voce normale con me.
– Ma quelle persone. –
– Fottitene di quelle persone e di tutto ciò che hai sentito. –
Ero stata così stupida e così immatura, che l’unica cosa che mi
venne in mente da dire fu:
– Mi dispiace – con tono pentito e imbarazzato.
– Avresti dovuto dirmelo. –
– Mi è mancato il coraggio – dissi sinceramente.
Era proprio vero
Quanto è vero, che più teniamo a una persona più abbiamo
paura di perderla.
Avevo pensato stupidamente che a ignorare il problema forse
non sarebbe successo niente, ma non ero mai stata brava a nascondere i miei sentimenti, cosa che, inoltre si era rivelata palesemente vera pochi attimi prima. Anche a far passare giorni sarebbe saltato a galla, non sarei mai riuscita a mentirgli sapendo
di farlo soffrire.
– Perché? – Non era più arrabbiato come prima ma si sentiva
ancora che era contrariato.
– Ho pensato che, a presentarti il problema tu stesso avresti
capito che questa situazione non andava bene e te ne saresti andato . –
Tralasciai il fatto che se l’avessi visto andare via il mio cuore
ne avrebbe sofferto, non ritenendolo poi così importante.
– Non lo avrei mai fatto – disse per rassicurarmi ormai dovevo
dire la verità, altrimenti mi sarebbe rimasto quel peso, e non
avevo letteralmente la forza per poter sopportare altro.
– Avresti potuto, non ci sarebbe da stupirsi. –
– Non hai capito niente allora. –
Si sentiva che era ferito dalle mie parole, perché così dicendo
era come avergli dimostrato che non avevo capito niente di lui.
– Non volevo essere rifiutata, non volevo vederti andare via e sapere che
era ciò che volevi, che capissi che non e valeva la pena. –
– Aspetta, Elisabeth calmati. –
– No devi saperlo – Ora era la mia di voce ad essere dura con
lui�– D’accordo. –
Non volevo illuderlo, non era mai stata mia intenzione farlo.
Anzi, avevo avuto paura per me, che io mi potessi mai illudere
che lui potesse provare qualcosa per me.
– Non avrei mai sopportato di vederti andare via, avrebbe fatto troppo male. Ho pensato di fare il tuo bene, altrimenti non
l’avrei mai fatto! Così sarebbe stato più facile. –
Prese del tempo per pensare, rimanendo a guardarmi.
– Ascoltami bene – disse.
Io invece non dissi nulla, aspettando che fosse lui a parlare.
– Io non ho intenzione di andarmene. –
Non ero riuscita a guardarlo fino a quel momento, avevo sentito il suo sguardo fisso su di me, e così quando mi voltai e incrociai il suo, e tutta la mia paura inizio a scomparire.
– Davvero? –
– Assolutamente sì. –
Sorrideva, ed era bellissimo quando sorrideva.
Mi concessi un attimo di quella meraviglia prima di ricominciare a guardare a terra, continuavo a non riuscire a sostenere il
suo sguardo
Una domanda mi sorse spontanea.
– Perché? –
– Perché tu ne vali la pena. –
A sentirmi dire quelle parole mi venne spontaneo stringerlo in
un abbraccio, anche se non potevo veramente farlo.
Lui rimase sorpreso di questo, anche perché non sentiva
nemmeno il contatto con il mio corpo.
– Fai finta che io lo stia facendo davvero – dissi mentre continuavo a circondarlo con le mie braccia.
– Sarebbe bello. –
Lo lasciai andare dopo un po’, anche se desiderai con tutta me
stessa di non doverlo fare.
– Ricordi cosa ti ho detto l’altra sera? –
– Si – dissi. Come potevo dimenticarlo? Quando l’unica cosa
che avevo fatto per tutto il tempo in cui non l’avevo visto era stato ripensare ai momenti che avevo passato con lui.
– Riguardo al fatto che ho smesso di parlare di ciò che vedevo ? –
– Sì. –
– Non ti ho detto tutta la verità – confessò.
Non volevo che si sentisse in obbligo di raccontarmi cose che
avrebbero potuto farlo stare male, avevamo appena avuto un �
momento che si poteva definire felice, e non volevo che si rovinasse un’altra volta quell’atmosfera che si era creata fra noi due.
– Non sei obbligato. –
Ma più che obbligato sembrava che avesse il bisogno come me
di dire la verità.
– Volevo dirtelo, volevo dirti tutto, eri lì, mi ascoltavi e per la
prima volta mi sono sentito capito pienamente, ma ho avuto
paura. –
– Paura di cosa? –
– Paura che tu non sopportassi ciò che sono, non potevo dirtelo , non potevo rovinare tutto, stavamo così bene insieme –
Non ero stata l’unica che aveva paura di essere abbandonata
per ciò che era, era questo evidentemente il motivo per cui non
se ne era andato sapendo cosa avevo fatto.
Non l’aveva fatto perché lui mi capiva.
Ci teneva a me, e me lo stava dimostrando così.
– Hai avuto paura per me? –
Adesso era lui a non guardarmi più, ma volevo che lo facesse,
perché se l’avesse fatto avrebbe capito che non ero affatto arrabbiata , anzi ero felice per ciò che stava sotto alle sue parole.
– Sì – disse guardandomi.
– Non devi preoccuparti per me. –
Stavo sorridendo e gli accarezzavo una guancia con la mia
mano destra, anche se non poteva sentire nemmeno quello.
– Certo che devo – Lo disse con così tanta convinzione che
quasi me ne convinsi. Non riuscivo a non guardare i suoi occhi,
così tanto da riuscire a guardare il mio riflesso all’interno.
Non era possibile che ci fosse il mio riflesso, eppure lo vedevo,
era li.
Lui mi stava guardando, come si guarda qualcosa di. bello.
– Te l’ho già detto, non voglio essere un peso. –
– Non posso lasciarti sola. –
Era sempre più convinto di quello che diceva, e sebbene tutto
questo non facesse altro che far scomparire la mia paura di vederlo andare via, una domanda non faceva altro che vagarmi per
la mente.
– Perché? – domandai di nuovo.
– Perché non voglio farlo! Perché chi si può preoccupare per
te se io sono l’unico che sa che tu sei qui? Chi altro può farlo? –
Non avevo capito fino in fondo la mia paura di perderlo fino a
quel preciso momento. Ero così terrorizzata al pensiero di vederlo andare via, non soltanto perché mi ero affezionata a lui e mi stavo abituando alla
sua presenza, ma perché, se ne fosse andato, mi sarei ritrovata
sola.
Avevo paura di stare sola di fronte a un mondo che non riconoscevo in nessuna cosa. E qualsiasi posto io potessi andare non
mi avrebbe mai fatto sentire come se fossi in quello giusto.
Avevo paura di perderlo perché. era l’unica persona che avevo
con me.
Fece un respiro profondo e si girò a guardarmi, dopo che entrambi ci eravamo persi nei nostri pensieri.
Io non avevo risposto alla sua domanda, anche se, non c’era
una vera e propria risposta da dare.
Si rispondeva da sola.
Non c’era nessun altro a parte lui.

– Lasciami spiegare, adesso che ho trovato il coraggio. –

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